Corpi d’aria

Intervista a Virgilio Sieni e Delfina Stella

Il 21 settembre 1969, nel contesto di Campo Urbano, una mostra-evento che quel giorno occupò le piazze e le strade di Como, Bruno Munari realizzava il progetto Far vedere l’aria. A darne testimonianza non esistono video, ma solo poche fotografie, che tuttavia non possono, per loro natura, restituire il movimento essenziale all’esperimento.
Ciò che vi riportiamo qui di seguito è il dialogo intercorso tra Virgilio Sieni, Delfina Stella, Pietro Corraini e Ilaria Rodella a partire dal progetto Far vedere l’aria.


Pietro Corraini
Partiamo dalle fotografie, fatte dal fotografo Ugo Mulas, della performance di Bruno Munari Far vedere l’aria, un progetto dal titolo fortemente evocativo ed estremamente elegante ed effimero, nel senso buono del termine. Il progetto consisteva in una serie di foglietti ripiegati su loro stessi che, lanciati da una torre, disegnavano forme nell’aria, mostrando che lo spazio non era vuoto ma pieno di un fluido capace di influenzarne il movimento. La forza di Munari è stata quella di progettare fogli dalle diverse piegature e dimensioni che, una volta in volo, potessero muoversi in modo sempre differente, disegnando infinite traiettorie. A raccontare questa operazione ci sono solo poche foto, che comunque fermano e immobilizzano un’azione di movimento. Sia il far vedere l’aria attraverso il movimento sia la volontà di dialogare con l’aria hanno, secondo noi, un legame profondo con il vostro progetto e con la vostra capacità di muoversi nello spazio. Come si fa a far vedere l’aria dal vostro punto di vista?

Virgilio Sieni
L’aria ha a che fare con una densità. È qualcosa di cui non è possibile appropriarsi, ma, al tempo stesso, è ricca di infinite qualità: esprime un concetto di tattilità e di spazio tattile. Ho la sensazione che le mie pratiche abbiano sempre a che fare con il manipolare l’invisibile. L’aria è quell’elemento che ci consente di entrare in una forma di misura quasi regolare, quella della respirazione: è il respiro, infatti, a darci la misura del tempo che ci permette di inspirare ed espirare senza trattenere. La respirazione è un esercizio che può essere definito sorgivo.
Oltre a questo, però, l’aria è capace di comprenderci e di farci immergere dentro tutto quello che è una dimensione spaziale. A permettere l’esistenza del corpo e delle sue capacità è proprio la possibilità di questa immersione all’interno dell’elemento aria. Mi sono accorto che l’aria ci può venire incontro se creiamo dei dialoghi sulla sua attività: è un po’ come la materia, o meglio, è come manipolare l’oggetto senza l’oggetto. Non manipoli l’oggetto, ma la  sua densità, resa possibile dall’aria. Questa capacità dell’uomo di alimentare la capacità tattile è dovuta, da un lato, proprio alla tattilità, grazie a quei segnali che arrivano dai polpastrelli, ma allo stesso tempo alla possibilità di disattivare la dimensione prensile dell’uomo che a volte è aggressiva. Spegnere la dimensione prensile e iniziare, invece, un lavoro di tattica con l’aria permette di disattivare tutti quei processi di presa, di aggressione, di tocco e attivare, invece, una serie di livelli estremamente sottili, sofisticati, legati a un concetto di attraversamento, di aura, di lontananza per cui l’aria include tutta quella che è la capacità dell’uomo di farsi cosmo. Permettere che il proprio gesto inizi un percorso verso l’infinito. Attraverso l’aria si capisce che il gesto è infinito, non è determinato, non è predeterminato. Grazie all’aria quel gesto può dare inizio a un’infinità di tragitti e di sentieri.

Delfina Stella
Le proposte che facciamo spesso, sperimentate anche con i bambini, sono infatti legate alla possibilità di immaginare una persona, ovvero una sorta di fantasma su cui agire, toccandolo, apportando un movimento, dare e trovare la misura di un corpo altro che pure ha una sua propria misura: è un immaginato molto concreto. L’aria, ossia l’invisibile, è qualcosa che prende corpo grazie al mio movimento: quindi immagino, muovo e mi muovo e, in virtù di questo movimento, riconosco qualcosa. Rispetto alle foto di Munari, la foto che fissa l’attimo incarna la presenza fisica, mentre l’aria incarna proprio l’essenza dinamica della bellezza del movimento. Questo fare mette in connessione la parte più immaginativa e creativa del movimento con quella che, invece, è la concretezza dell’azione, riunendo in sé le due essenze della danza: una più effimera e l’altra più concreta, perché fisica e legata all’azione e al fare.

Virgilio Sieni
L’aria libera il gesto perché, in assenza di tocco, il concetto di aria permette che il gesto non abbia un ostacolo o un margine. È sempre una condizione di soglia perché l’aria diventa un gioco infinito e la puoi attraversare. Quando Delfina racconta del lavoro che fa con i bambini manipolando forme, aure, fantasmi, aloni, è straordinario perché non hanno dei corpi così definiti. L’aria ci permette di penetrare questi corpi, dando loro sembianze totalmente diverse da come potrebbe essere un corpo reale. Giocare con l’aria significa liberare il gesto da questi vincoli. Il tocco, invece, costringe il gesto: toccando il corpo dell’altro, la sua mano o il suo corpo si fermano e incide sulla prossimità dell’altro.
Con l’aria si apre un panorama estremamente legato al concetto di attraversamento o, addirittura, di sostituzione: è molto divertente pensare che il mio corpo materico entri in un corrispettivo fantasma. Questo avviene grazie all’aria perché non si entra nel fantasma, ma si è letteralmente immersi nella concezione di aperto, di aria, a cui puoi dare la mobilità che preferisci. 
Ogni gesto ti fa capire che l’aria ha un’infinità di qualità, non è sempre la stessa, esattamente come i fogli che svolazzano nell’azione di Munari. A seconda della conformazione del foglio si intravedevano i differenti sentieri dell’aria e le sue diverse qualità. Così, anche quando lavori con il gesto, a seconda dell’intenzione che hai, essendo anch’esso un elemento apparentemente indeterminato e immateriale, ti concentri sulle condizioni di attraversamento, sulla possibilità di toccare l’invisibile e di dare, quasi, delle qualità di figura a quello che non esiste in quel momento. Lavorando con il gesto capisci che inizi un percorso, un esercizio che ti permette, piano piano, di percepire delle qualità diverse da quelle che senti mediante il senso del tocco, il tendere la mano e, più in generale, il percepire attraverso polpastrelli. Anche la postura del corpo è diversa quando di fronte a te c’è una persona fisica oppure quando sei in una dimensione di apertura o di chiusura.

Delfina Stella
Altrettanto divertente, in relazione a un’idea di didattica più libera, è il discorso sull’adattamento. Nei processi sopra descritti ci immaginiamo corpi che fisicamente non ci sono, eppure gli adattamenti diventano praticamente automatici. Quindi, l’adattare il movimento a quello che accade è un qualcosa che avviene in modo assolutamente naturale
Un’altra attività che abbiamo proposto ai bambini è quella dell’estrazione. Per esempio, prendo una parte del corpo e da lì estraggo qualcosa, lo modello, ignorando che cosa sia e disposta a sentirlo cambiare nel corso del tempo. È un gioco di ricerca istantanea e di verità, perché vado a creare qualcosa senza dover specificare cosa sto facendo. In quel momento, il processo è di totale libertà.
È anche interessante vedere cosa accade quando si instaura un rapporto dialogico tra due bambini, quando la scelta dell’oggetto da estrarre e da manipolare nasce dalla relazione con l’altro e non solo da quello che il singolo decide o da quello che qualcun altro ha detto che si deve fare. Quindi, il corpo e la manipolazione, attraverso il movimento, diventano strumenti veramente creativi e relazionali fondati sul senso di immaginazione e di libertà.


Pietro Corraini
Trovo curioso il concetto di libertà che emerge dal modo in cui vi relazionate con i bambini. La vostra operazione è diversa da quella di Munari che, in qualche modo, ha a che fare con la potenza. La visione dell’aria esiste solo nel momento in cui getto qualcosa nella sua densità, fendendola. È un’operazione violenta: c’è uno scontro con l’aria e non c’è quella gentilezza che invece vedo nella danza. Mi incuriosisce capire come riusciate a coinvolgere i bambini in questa dimensione e a far loro accettare quella libertà del movimento, anche senza dare istruzioni precise.

Ilaria Rodella
Uno dei concetti che trovo più affascinante esplorare con i bambini è proprio l’indeterminatezza, con cui peraltro fanno molta fatica a relazionarsi. Nel momento in cui non c’è una soluzione, un risultato o qualcosa a cui conformarsi, si percepisce il loro spaesamento iniziale. L’imbarazzo si dissolve non appena accettano di immergersi nell’indeterminato sprigionando una grande immaginazione, ma il momento in cui è necessario attraversare quella soglia resta ed è un passaggio spesso molto difficile da affrontare.

Delfina Stella
In merito all’indeterminatezza c’è una questione iniziale da chiarire, rispetto al movimento, ma soprattutto rispetto alla relazione tra bambini e certi stereotipi legati al movimento, che nella danza sono molti. Questo è un dato preliminare da tenere presente quando si introduce un ragionamento sulla libertà del movimento. Un esercizio che funziona sempre è quello di partire con una sequenza gestuale che i bambini possono davvero incorporare pur mantenendo piuttosto libera la propria interpretazione. Faccio un esempio: immaginiamo di insegnare un movimento che si propaga dalle spalle, continuiamo trasformandolo in gesto che mima un’asticella che poi metto sulla testa e che, infine, cade a terra. È una sequenza molto concreta ma che, memorizzata e ripetuta con diverse intensità e variazioni, consente al corpo pensante di creare ed elaborare dall’esperienza qualcosa di nuovo. Nostro compito è quindi quello di fornire sempre piccole costellazioni di riferimento rispetto a delle azioni o delle qualità di movimento. Non direi quindi che sono assolutamente liberi, quanto, piuttosto, che vengono fornite loro delle indicazioni rispetto allo spazio, al movimento, a una certa qualità in relazione alla velocità, alla relazione con l’altro o alla mimesi dell’altro: insomma, delle indicazioni che danno dei riferimenti da interpretare e da sciogliere.In merito all’indeterminatezza c’è una questione iniziale da chiarire, rispetto al movimento, ma soprattutto rispetto alla relazione tra bambini e certi stereotipi legati al movimento, che nella danza sono molti. Questo è un dato preliminare da tenere presente quando si introduce un ragionamento sulla libertà del movimento. Un esercizio che funziona sempre è quello di partire con una sequenza gestuale che i bambini possono davvero incorporare pur mantenendo piuttosto libera la propria interpretazione. Faccio un esempio: immaginiamo di insegnare un movimento che si propaga dalle spalle, continuiamo trasformandolo in gesto che mima un’asticella che poi metto sulla testa e che, infine, cade a terra. È una sequenza molto concreta ma che, memorizzata e ripetuta con diverse intensità e variazioni, consente al corpo pensante di creare ed elaborare dall’esperienza qualcosa di nuovo. Nostro compito è quindi quello di fornire sempre piccole costellazioni di riferimento rispetto a delle azioni o delle qualità di movimento. Non direi quindi che sono assolutamente liberi, quanto, piuttosto, che vengono fornite loro delle indicazioni rispetto allo spazio, al movimento, a una certa qualità in relazione alla velocità, alla relazione con l’altro o alla mimesi dell’altro: insomma, delle indicazioni che danno dei riferimenti da interpretare e da sciogliere.

Virgilio Sieni
Prima della pandemia, svolgemmo un incontro con i bambini preceduto da un lavoro insieme a un danzatore non vedente, Giuseppe. L’idea era quella di creare una danza cieca, in cui io danzavo con questo danzatore cieco, dando vita a un lavoro linguistico, giocato sull’ascolto e su particolari forme di attenzione.
Ovviamente vedevo che i bambini erano fortemente attratti da questa immaterialità della danza, nel tentativo di capire chi era il cieco tra me e lui. Questa indeterminatezza è molto interessante: sanno che sulla scena c’è un vedente e un non vedente, ma il movimento dei due non esplicita chi sia l’uno e chi sia l’altro. Questo perché Giuseppe si muove con una maestria incredibile e io, molto spesso, quando danzo chiudo gli occhi (lo faccio soprattutto quando danzo con Giuseppe, perché mi piace percepire appieno la dimensione e il calore racchiuso in quei gesti e in quei movimenti). Quando lavoriamo con la danza non è solo movimento: è anche un’idea di vicinanza, di avvicinare la mano al corpo senza toccarlo, sentire il calore di un altro corpo e che, se una mano resta verso il ventre, quel corpo si sente invitato a indietreggiare dolcemente.
Quando si parla di danza si parla anche di tanti altri elementi che sono legati alle qualità di energia. Giardino Volante è stato un nostro progetto legato all’idea di far volare un giardino.

Dopo momenti di caos assoluto, abbiamo iniziato non solo a plasmare dei fiori immaginari, ma anche a far indossare agli stessi partecipanti i panni di un fiore, di cui hanno così attraversato tutta la vita: dal suo essere un seme che abita la terra, dal radicamento al suolo, fino a trovare l’acqua ed essere mossi dal vento. Quando si parla di movimento con i bambini, è necessario dare loro delle immagini che hanno a che fare con la loro immaginazione concreta, introducendo di volta in volta elementi più complessi che conducono a un lavoro di consapevolezza e creatività del e attraverso il corpo. Ad esempio, tornando al lavoro di Danza Cieca, un momento preparatorio e legato alla presa di attenzione e di osservazione della sensibilità del corpo, consisteva nel creare una sorta di alone intorno alla persona, una specie di sagoma immaginaria che prepara al contatto con l’altro.

Virgilio Sieni è un danzatore e coreografo italiano, artista attivo in ambito internazionale per le massime istituzioni teatrali, musicali, fondazioni d’arte e musei. Si forma in discipline artistiche e architettura, dedicandosi parallelamente a ricerche sui linguaggi del corpo e della danza. È uno dei fondatori della compagnia Parco Butterfly e nel 1992 crea la Compagnia Virgilio Sieni, affermandosi come uno dei protagonisti della scena contemporanea internazionale. Dal 2003 dirige a Firenze CANGO Cantieri Goldonetta, Centro Nazionale di Produzione della danza per la ricerca e la trasmissione sui linguaggi del corpo, uno spazio per ospitalità e residenze di artisti. Nel 2007 fonda l’Accademia sull’arte del gesto, un contesto inedito di formazione e creazione che coinvolge persone di qualsiasi età, provenienza e abilità, sull’idea di comunità del gesto. Gli è stato assegnato per tre volte il premio UBU (2000, 2003, 2011), nel 2011 il premio Lo Straniero e nel 2013 è stato nominato Chevalier de l’Ordre des Arts et de Lettres dal Ministro della cultura francese. È stato Direttore della Biennale Danza dal 2013 al 2016, sviluppando un piano quadriennale sul concetto di abitare il mondo tra polis e democrazia, concependo la città attraverso la sua metafisica. La sua ricerca si fonda sull’idea di corpo come luogo di accoglienza delle diversità e come spazio per sviluppare la complessità archeologica del gesto. Sviluppa il suo linguaggio a partire dal concetto di trasmissione e tattilità, con un interesse specifico verso la dimensione aptica e multisensoriale del movimento e approfondendo i temi della risonanza, della gravità e dell’illimitatezza del gesto.


Delfina Stella è danzatrice e pedagogista del movimento, è dottoranda in Psicologia dello sviluppo e ricerca educativa presso La Sapienza, Università di Roma. I suoi interessi di ricerca la portano, negli studi e nella pratica, a creare, osservare e scrivere su processi e pratiche di trasmissione dei linguaggi del corpo e della danza nei più vari contesti educativi e sociali. Appassionata di Bruno Munari e portatrice di una didattica attiva e riflessiva del corpo, dal 2019 collabora con l’Accademia sull’Arte del Gesto di Virglio Sieni nell’elaborazione e nella realizzazione di progetti che riguardano la rigenerazione della relazione tra corpo e luogo, valorizzando le pratiche artistiche come motori per la creazione di comunità e per la diffusione culturale.