La “Sventurata musica”

Articolo a cura di Danilo Faravelli


La musica non è da essere chiamata altro che sorella della pittura, conciosiach’essa è subietto all’audito, secondo senso all’occhio (…). Ma la pittura eccelle e signoreggia la musica perch’essa non more immediate dopo la sua creazione, come fa la sventurata musica, anzi resta in essere, e ti si dimostra in vita quel che in fatto è una sola superfizie.1

Sono parole di Leonardo da Vinci, che pure, oltre a sapere “sonar di leuto”, era tutt’altro che estraneo all’arcana arte del comporre, del combinare suoni dilettevolmente.
In ogni caso, potrebbe il significato della sua comparazione essere più chiaro? Stando alla sua visione dell’agire estetico, a fare della musica un’arte “sventurata”, un’arte di valore inferiore a quello della pittura, bastavano due semplici inoppugnabili verità: che essa dipendesse dal senso dell’udito, secondo, ovvero inferiore, a quello della vista, e che le fosse categoricamente preclusa la possibilità di sopravvivere al proprio connaturato divenire, immobilizzandolo a niente più che all’illusorio livello di “una sola superfizie”.
Posta di fronte a un giudizio così poco lusinghiero, formulato oltretutto da una delle intelligenze più versatili e celebrate della nostra tradizione culturale, la musica dovrebbe aversene a male? Davvero non ne avrebbe motivo, dato per asso…