Progettare per abitare

Intervista a Beate Weyland

Il progetto che porterà a ripensare gli spazi della scuola, per concretizzarsi, ha bisogno di tempo, di cura, di costanza e di competenze. Ha bisogno che si cominci a credere davvero nei propri sogni, perché, come ci suggerisce Beate Weyland, non si può che partire da una domanda: come vogliamo abitare gli spazi della scuola?

1.

L’esperienza di questi ultimi mesi e il dibattito che ne è seguito, ha svelato ad alcuni e confermato ad altri l’importanza dello spazio. Alla luce della sua esperienza, ci può raccontare come la progettazione di uno spazio può influire sulla nostra vita e sul nostro modo di apprendere?

Il tema della progettazione dello spazio è qualcosa di a noi connaturato. Da sempre progettiamo il nostro modo di abitare la casa. I bambini la loro stanza da letto, gli angoli in giardino, le casette dei giochi, i rifugi. I grandi la loro casa, che sia in affitto o no. Ci sembra naturale creare l’ambiente a nostra immagine e somiglianza, perché ci restituisca il senso di noi stessi, la nostra identità.

Lo stesso vale per gli esercizi privati, come i bar e i ristoranti, ora anche molte ditte e le banche, che studiano l’ambiente perché consegni al pubblico il racconto di un modo di essere, di vivere e di sentire.

Nella scuola questo processo di appropriazione e di significazione dello spazio ha tardato ad entrare. Lo spazio pubblico istituzionale in particolare della scuola è stato sempre visto come un “non luogo” secondo l’accezione di Marc Augè. Un luogo senza carattere, di passaggio, destinato ad assolvere funzioni temporanee con persone che cambiano sempre. Oggi anche le stazioni non possono quasi più chiamarsi “non luoghi” perché sempre di più si affida a grandi architetti il compito di farle diventare luoghi speciali, dove il viaggiatore fa un’esperienza che gli rimane impressa e porta con sé nella memoria.

Mi sono chiesta per molto tempo perché proprio a scuola non ci sia così tanta attenzione alla qualificazione degli spazi. Da una parte la risposta fa capo a un automatismo: la scuola come altri luoghi pubblici non appartiene ai suoi operatori e quindi deve essere presa così com’è. È sempre stata cosí, così sarà giusto che sia e così sarà. Dall’altra fa capo a una logica esecutiva, secondo la quale gli insegnanti sono per tanto tempo stati percepiti piuttosto che professionisti dell’educazione e della formazione, esecutori (forse anche attivi) delle regole, procedure, attività imposte da un ente superiore.

Oggi le cose stanno molto cambiando. La formazione universitaria degli insegnanti, il grado di istruzione sempre più elevato della società in generale, sta portando a un livello di consapevolizzazione maggiore. Alla consapevolezza corrisponde anche la possibilitá di responsabilizzazione e di azione, anche sullo spazio di pertinenza.

Diverse scuole, dall’infanzia all’università, stanno prendendo in esame i propri spazi, stanno provando a personalizzarli, a trasformarli, a farli diventare più consoni con l’approccio educativo che vogliono trasmettere. Le scuole di metodo (Reggio Children, Montessori, Steineriane, ecc.) sono già molto avanti su questo e quando entri nei loro spazi ti rendi subito conto di come lo spazio sia in grado di dare forma a un pensiero.

2.

Nella progettazione degli spazi è necessario prestare grande attenzione al bilanciamento tra vuoto e pieno. Tendenza della scuola italiana è invece riempire: riempire di nozioni, riempire di cose, riempire di parole… Cosa ne pensa?

Abbiamo tutti una grande paura del vuoto. Abbiamo anche paura del silenzio e della solitudine. Faccio spesso l’esercizio del silenzio e dell’ascolto all’università con i miei studenti. Muoviamo le sedie e gli oggetti con la massima attenzione per sentire il nostro rumore tra le cose. Attendiamo che ciascuno esprima il proprio pensiero su un argomento, senza preoccuparci del tempo e del vuoto, se nessuno si decide a prendere parola.

La sfida vera è nelle mie mani, sono io che devo resistere nell’attesa e non riempire con le mie parole il vuoto che serve perché le parole delle ragazze e dei ragazzi comincino ad arrivare.

Non so se gli insegnanti abbiano riempito tanto gli spazi perché a istinto cercavano di “abbellire” o “addolcire” luoghi non proprio ospitali. Non so se questo atteggiamento sia di nuovo un automatismo, secondo cui a scuola si insegna, si dà. È molto probabile. Il lavoro che faccio con molti insegnanti è quello di esplorare insieme a loro un nuovo ruolo: quello dell’insegnante che “non fa niente”. È una provocazione, ma importante. L’insegnante che non fa niente è l’insegnante che progetta l’ambiente, che studia le possibilità, crea le occasioni, apparecchia con materiali e oggetti gli spazi. È un grande regista, che poi, quando arrivano i bambini smette di agire per osservare. L’insegnante che “non fa niente” è il ricercatore, colui che osserva l’agire dei bambini perché gli interessa capire come pensano e come fanno e come è meglio accompagnarli. Visto così forse bisognerà anche cambiare il nome a queste figure così importanti per l’educazione e la formazione delle giovani generazioni.

3.

Ci racconta il progetto ​Le piante in classe?​

Il progetto con le piante è l’approdo di tanti anni di esplorazione dello spazio scolastico insieme a insegnanti e architetti. Sinceramente sono molto costernata della povertà di tanti ambienti in cui si trovano per così tanto tempo non solo i bambini e i ragazzi, ma anche gli insegnanti. Ho capito che ci vorrà tanto tempo per fare passare una nuova sensibilità nella progettazione dello spazio educativo tra pedagogia e architettura. Il mio amore per le piante è qualcosa che ho ereditato in famiglia. Un giorno che visitavo un liceo di una grande città italiana, con gli insegnanti che mi chiedevano cosa si potesse fare subito, ho immaginato di porre nelle tristi aule grigie semplicemente delle piante rampicanti e altre piante là dove potessero starci. È lì che ho cominciato la mia ricerca. Leggendo i libri di Stefano Mancuso ho capito che le piante potevano diventare non solo dei potenti strumenti di abbellimento dell’ambiente, ma anche mediatori educativi straordinari. Sto esplorando insieme alle mie studentesse e a un gruppo di insegnanti la possibilità di sviluppare nel contesto educativo “rapporti di prossimità con le piante” che possano durare nel tempo, che diventino il patrimonio di formazione dei bambini e dei ragazzi. Stiamo scoprendo che le piante, oltre a svolgere un lavoro naturale di supporto al nostro benessere (perché contribuiscono al ricambio dell’aria e all’umidificazione dell’ambiente e ci stimolano) possono diventare variabili molto interessanti per la nostra didattica: con le piante si può giocare, si può sviluppare la creatività, si può fare matematica e scienze, si può lavorare in tutte le materie. Il mio progetto con le piante si chiama EDEN, l’acronimo che sta per Educational Environments with Nature. Sintetizza il mio lavoro su spazi e didattica e serve per offrire agli insegnanti e ai bambini uno strumento semplice e accessibile per trasformare lo spazio in tempo zero. I bambini scelgono le loro piante, sono loro a portarle. Ciascuno la propria. È il loro avatar, saranno loro a prendersene cura. Gli insegnanti fanno lo stesso. Insieme poi si studiano le attività didattiche, educative e di cura che la loro presenza suggerisce.

4.

Esiste un esercizio da fare tra studenti e insegnanti per provare a ripensare in autonomia lo spazio della classe?

L’esercizio consiste in un processo immaginativo: come vogliamo ABITARE gli spazi della scuola? Cosa vogliamo fare a scuola? Qual è il nostro sogno più sincero in merito? Se studenti e insegnanti avessero le condizioni per interrogarsi davvero su questo, nascerebbero di certo nuovi modi di abitare la scuola. Si scoprirebbe che gli edifici scolastici potrebbero essere utilizzati in modo molto diverso da come lo sono attualmente, si scoprirebbe che lo spazio a disposizione è sufficiente, a dispetto di quanto sembri. Si uscirebbe dai concetti di compartimentazione delle attività e si entrerebbe in un’ottica di abitazione dello spazio più simile a quello della casa o dell’albergo.

Il lavoro che più mi piace fare è proprio questo: accompagnare le comunità scolastiche nel sogno di un nuovo modo di vivere la scuola. Questo sogno poi sta alla base della progettazione condivisa degli spazi.

5.

Progettare avendo a cuore il benessere delle persone implica avere una visione a lungo termine. Ci può regalare una cartolina dal futuro in cui vorrebbe abitare?

Il futuro è adesso! Sto vivendo esperienze bellissime con insegnanti, dirigenti e amministratori che si illuminano e vogliono fare diventare le loro scuole dei luoghi dove stare bene e dove voler stare a lungo, proprio perché si sta bene. La mia gioia è poter seguire questo processo di trasformazione insieme a loro. Sembra lento, ma è come la crescita di una pianta o di un bambino. Come avrete già evidenziato, un progetto nasce da un’idea. L’idea, il sogno, sono alla base delle migliori realizzazioni. Ma il progetto in sé ha bisogno di tempo, di cura e di costanza per trovare poi la sua effettiva concretizzazione. Inoltre ci vogliono le competenze. Possiamo immaginare di voler fare cose bellissime, ma per raggiungerle ci vuole la formazione, la determinazione e la fiducia.

Il futuro in cui vorrei abitare è il presente in cui vedo tante persone che stanno iniziando a credere nei loro sogni. È il presente in cui questi sogni stanno iniziando a concretizzarsi.


Beate Weyland è professore associato di didattica presso la Libera Università di Bolzano. I suoi studi sviluppano il rapporto tra pedagogia e architettura e design per la trasformazione degli spazi attraverso processi di ricerca-azione con le scuole. L’approccio didattico aperto e sensoriale è finalizzato a potenziare l’apprendimento creativo e lo sviluppo di benessere e comfort negli ambienti educativi anche con l’ausilio delle piante. 

www.padlab.org
questa la pagina pubblica del progetto con le piante EDEN 
questa la pagina pubblica pedagogia e architettura 

I suoi ultimi libri in open access:

Weyland B., Stadler-Altmann U., Galletti A., Prey K. (2019). Scuole in movimento tra pedagogia, architettura e design, Milano: Franco Angeli open access, collana Politiche della Bellezza. 

Weyland B., Prey K. (2020), Ridisegnare la scuola tra didattica, architettura e design, Milano: Guerini open access