Tutto cambia

Intervista a Vera Gheno

La lingua è uno strumento indispensabile di cui ci serviamo quotidianamente per comunicare, interagire con gli altri e con noi stessi e per entrare in relazione con i nostri pensieri e con la realtà che ci circonda. Nulla di ciò che la lingua ci permette di raccontare è rimasto o è destinato a restare uguale a se stesso. Di conseguenza, non dovrebbe essere naturale che anche la lingua sia in continuo e inevitabile cambiamento? 
L’intervista con Vera Gheno è un invito alla consapevolezza: a prendere in mano le redini di una lingua che usiamo, ci appartiene e, quando ci sembra opportuno, possiamo contribuire a cambiare.


Durante i nostri laboratori, noi Ludosofici chiediamo spesso ai bambini chi, secondo loro, abbia inventato le parole: la risposta più comune è “Dio”. Questo dà l’idea di quanto la lingua sia percepita come qualcosa che ci è dato e che subiamo in modo quasi passivo. Hai qualche proposta e/o suggerimento affinché sin da piccolissimi i bambini siano consapevoli del potere che ciascuno di noi ha nel creare nuovi mondi grazie proprio al linguaggio e alle parole?

Anch’io, nei miei incontri, chiedo spesso chi abbia inventato le parole e devo dire che, ultimamente, oltre a “Dio” anche “gli influencer” è diventata una risposta piuttosto frequente, il che la dice lunga su chi sia percepito come potente. 
In ogni caso, io penso che il modo migliore per far capire ai bambini il potere che hanno sia spiegarglielo, esattamente come ha fatto la maestra Margherita quando il suo alunno Matteo ha coniato la parola ”petaloso“. Seguendo questo esempio, si dovrebbero fare lezioni di neologia e rendere chiaro che siamo noi a dare i nomi alle cose, come del resto afferma anche la Bibbia: Dio crea gli animali e le piante e li porta davanti all’uomo perché sia lui a nominarli. È importante sottolineare che questa operazione di “onomaturgia”, come la chiama Bruno Migliorini, si perpetua e, perciò, riguarda tutti, non solo gli uomini antichi.
Nominare la realtà ci permette di capirla e di organizzarla, di comprenderla e soprattutto di raccontarla: è solo grazie ai nomi che possiamo staccarci dallo hic et nunc e parlare anche di ciò che non è presente davanti a noi.

I bambini sono perfettamente in grado di comprendere una simile spiegazione, ma, per renderla ancora più evidente, si possono anche fare degli esperimenti. Per esempio, potrebbe essere mostrato un oggetto esotico o così vecchio che difficilmente avranno visto e, a partire da esso, proporre due diverse attività. Da un lato, non conoscendone il nome, si potrebbe provare prima a non nominarlo, sperimentando quanto sia difficile parlarne con coloro che non l’hanno visto, e poi a dargli un nome, giocando con le suggestioni che l’oggetto ispira (per una cosa dall’aspetto tondeggiante, magari, si sceglieranno nomi pieni di m, b o d, così come per un oggetto capace di produrre un suono acuto si opterà per una parola con tante i). Dall’altro, o in seconda battuta, si potrebbe rivelare come si chiama quello strano oggetto e spiegare la ragione di quel nome. 
Questo tipo di conoscenze rischia di passare in secondo piano, ma è parte integrante della nostra quotidianità. Per questo …