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L’abbecedario delle cose che rischiano di perdersi

Articolo a cura di Lorenzo Naia

Lettere di città

Laboratorio a cura di Alessio D’Ellena

Libri di segni

Bibliografia a cura de La Libreria Volante

e un po’ di cose curiose che abbiamo selezionato su internet!

Quando si è molto piccoli e si comincia a parlare, il palato, la gola, le labbra, la lingua, i dentini e persino il naso prendono confidenza con i suoni che, più avanti, formeranno le parole dell’idioma che è capitato in sorte. È una ginnastica esplorativa quella che allena il volto a pronunciare i fonemi appropriati e a combinarli in cerca di un senso, ordinato, scandito e, soprattutto, comprensibile a chi ascolta. Ed è in un crescendo di soddisfazione che, via via, si darà voce a un pensiero, si otterranno risposte e si potrà dialogare.

Parole e frasi dette per intero finiscono presto col mettere in ombra le unità sonore da cui sono composte. Ci vorrà un po’ di tempo e una nuova forma perché i singoli pezzettini che hanno imparato a fondersi in insiemi tanto efficaci tornino ad attirare l’attenzione ciascuno per sé, al di fuori di ogni contesto. 

Accadrà durante i primi giorni di scuola, quando, una dopo l’altra, le 26 grandi schede appese al muro, da subito sotto gli occhi di tutti, saranno presentate ai giovanissimi nuovi arrivati. Per ognuna di esse si chiederà di osservare attentamente la linea curva o spezzata, chiusa o aperta che vi compare e di provare a riprodurla su un foglio, come se fosse un disegno da eseguire con precisione. Si inviterà a ripetere il gesto moltissime volte, così da abituare il polso, la mano e le dita a muovere penna o matita senza paura e senza esitare. E, finalmente, si darà voce alle linee tracciate che, nuove allo sguardo, si riveleranno familiari all’udito: sono loro, le piccole e isolate particelle sonore, che si erano perse nelle parole e che ora emergono dalla confusione e si stagliano per farsi notare.

Le lettere sono piccole e, a parte rare eccezioni, insignificanti, se prese da sole. Eppure, la loro importanza non si discute. Sono preziosi mattoncini privi di tridimensionalità, ma capaci di sommarsi per comporre risultati dotati di peso e di valore. Riconosciute consapevolmente, aprono la strada alla possibilità di leggere e di scrivere, ovvero di conoscere altri mondi, reali e immaginari, e di guardare in faccia i propri pensieri, consegnandoli alla storia, pubblica o privata. Divenute note e rassicuranti, sotto forma di grafemi si permettono di suggerire l’esistenza di altri suoni che potrebbero leggerle; nelle sembianze di fonemi solleticano la curiosità e convincono a cercare tutti i segni in cui potrebbero specchiarsi, ma anche a domandarsi se in tutto il mondo non ci sia qualcosa di diverso da ascoltare.

Imparare l’alfabeto è un passo rivoluzionario: è un nuovo punto di vista, una forma di potere, un primo morso di libertà. È questo che avrebbe dovuto sapere Pinocchio prima di vendere il suo abbecedario per correre allo spettacolo di burattini: senza quelle A, B, C e compagne non ci sarebbe mai stata alcuna storia da raccontare, alcuna battuta per cui emozionarsi. Non ci sarebbe mai stato nemmeno il suo mondo, perché nessuno l’avrebbe mai scritto. 

L’abbecedario delle cose che rischiano di perdersi

Articolo a cura di Lorenzo Naia

Che cosa accade quando, nello scrivere un testo, ci facciamo guidare dall’ordine dell’alfabeto? Lorenzo Naia, meglio noto come la Tata Maschio, offre un esempio di come far correre penna o tastiera sul ritmo sicuro di un A, B, C, D, E(tc)…

Laboratorio

Lettere di città

Laboratorio a cura di Alessio D’Ellena

Le città, i paesi e i quartieri, visitati o abitati, possono essere spediti e condivisi attraverso lettere e cartoline: immagini e messaggi fatti di parole si fanno portavoce dei loro tesori. Ma se fossero proprio i luoghi a celare scritte e, con le loro forme, a disegnare lettere?

Libri di segni

Bibliografia a cura de La Libreria Volante

I libri si nutrono di alfabeti. È vero: le parole non sono fondamentali. Tuttavia, ogni pagina non ricorre sempre a piccoli elementi – lettere, colori, segni grafici pronti a trasformarsi in figura, in numero o in parola – senza i quali un libro farebbe davvero fatica a dire la sua?

  Parlare di alfabeto apre due possibili immaginari: le lettere, infatti, possono essere fatte risuonare e assumere una veste grafica ben visibile. È quest’ultima a garantire la possibilità della scrittura, un’esigenza che affonda le sue radici agli albori dell’umanità.

L’alfabeto è alla base delle parole che pronunciamo, pensiamo o scriviamo continuamente. Nell’uso che ne facciamo, diamo per scontato che ci sia sempre stato e che sempre ci sarà. In realtà, il nostro alfabeto è nato a un certo punto, dando vita a una sola tra le tante possibilità: nel mondo esistono moltissimi alfabeti e ciascuno porta con sé i segni di una storia.

Ci sono alfabeti che non ci verrebbe mai in mente di usare, ma di cui abbiamo sentito parlare: elementi alla base di una comunicazione complessa, ma estremamente importante in alcuni momenti della storia. Sono alfabeti, come il Codice Morse, che non esistono più, ma di cui è ancora possibile udire le tracce