“L’ozio è il padre di tutti i vizi”, recita un noto proverbio.
L’ozio, che, come una macchia d’olio, si espande e si porta via tutta la nostra voglia di fare, lasciandoci inattivi, impigriti, dediti a ciò che è inutile. L’ozio, che, come la peggiore delle tentazioni, ci attira e ci trascina nella nullafacenza e nella vacuità. L’ozio, che pare volerci trasformare in esseri senza obiettivi, senza ambizioni, in umani inanimati, privi di forza di volontà.
Eppure, c’è stato un tempo in cui cedere all’ozio non costituiva una colpa così grande. Al contrario, per gli antichi romani l’otium era la fondamentale possibilità di dedicarsi a se stessi e alle proprie passioni: una pausa necessaria a rinvigorire lo spirito, vessato dalle fatiche e dalle preoccupazioni del lavoro.  
L’ozio di allora era tempo libero, più che tempo perso. Era un tempo vuoto ansioso di essere riempito di piaceri capaci di scatenare pensieri ed emozioni, di far sperimentare fino in fondo il proprio essere umani. Non era distrazione, ma approfondimento. Era conoscenza di sé: non un perdersi, ma un ritrovarsi. 
Forse, oggi, quando condanniamo l’ozio con tanta severità, è più una forma di pigrizia degenerata quella che abbiamo in mente. 
In parte, però, potremmo anche avere così tanta paura di apparire poco produttivi da non essere più disposti a credere che il tempo dedicato alla bellezza, alla conoscenza e alla libertà sia ben investito. Se così fosse, dobbiamo stare attenti, perché un tempo simile non sarebbe vuoto, nullo, inerte o inutile. Sarebbe semplicemente un tempo umano.