Alfabeti

Quando si è molto piccoli e si comincia a parlare, il palato, la gola, le labbra, la lingua, i dentini e persino il naso prendono confidenza con i suoni che, più avanti, formeranno le parole dell’idioma che è capitato in sorte. È una ginnastica esplorativa quella che allena il volto a pronunciare i fonemi appropriati e a combinarli in cerca di un senso, ordinato, scandito e, soprattutto, comprensibile a chi ascolta. Ed è in un crescendo di soddisfazione che, via via, si darà voce a un pensiero, si otterranno risposte e si potrà dialogare.

Le lettere sono piccole e, a parte rare eccezioni, insignificanti, se prese da sole. Eppure, la loro importanza non si discute. Sono preziosi mattoncini privi di tridimensionalità, ma capaci di sommarsi per comporre risultati dotati di peso e di valore. Riconosciute consapevolmente, aprono la strada alla possibilità di leggere e di scrivere, ovvero di conoscere altri mondi, reali e immaginari, e di guardare in faccia i propri pensieri, consegnandoli alla storia, pubblica o privata.

Imparare l’alfabeto è un passo rivoluzionario: è un nuovo punto di vista, una forma di potere, un primo morso di libertà. È questo che avrebbe dovuto sapere Pinocchio prima di vendere il suo abbecedario per correre allo spettacolo di burattini: senza quelle A, B, C e compagne non ci sarebbe mai stata alcuna storia da raccontare, alcuna battuta per cui emozionarsi. Non ci sarebbe mai stato nemmeno il suo mondo, perché nessuno l’avrebbe mai scritto.