Natura

Se avete mai partecipato a una recita scolastica, o comunque amatoriale, ricorderete l’eccitazione e lo sgomento che accompagnano il momento dell’assegnazione delle parti. Non sempre, però, si è accontentati dalla sorte. Accade così che quell’attesa trepidante in cui sognavamo di muoverci sul palco facendo sfoggio di una memoria sapientemente allenata sia interrotta bruscamente da un annuncio deludente: il nostro ruolo sarà l’Albero, ovvero uno di quei tristi elementi naturali muti e immobili, che fanno da contorno a una storia che procede senza che per loro cambi nulla. Non saremo che uno sfondo, che non fa e non dice niente. Ci sentiamo mortificati. Che soddisfazione c’è nell’interpretare un albero? Non si può parlare, saltare, ridere né piangere. Non si può interagire. In realtà, è come non partecipare. 

Guardiamoci intorno, però: gli alberi sono davvero così passivi e inerti? Non riconosciamo in essi almeno un poco della nostra vitalità? Non sanno stupirci improvvisando la caduta di una foglia, l’esibizione di un colore, il tremore della chioma? Non sanno trasformarsi lungo la linea e attraverso la ciclicità del tempo? Non si intrecciano forse con il susseguirsi degli eventi cui non solo assistono, ma che contribuiscono a forgiare? 

Un bravo attore si immedesima sempre nella parte che deve interpretare, qualunque essa sia. E, una volta compresi, gli alberi si dimostrano un ruolo interessante. Raccontano una storia, ne esprimono un dettaglio, un elemento e una possibilità. Come noi, come ogni persona o personaggio, danno un volto alla natura, che è a sua volta una sceneggiatura aperta, teatro di abitudini e imprevisti.