Facce

Nessuno storce il naso se a teatro gli attori indossano una maschera. Al contrario, vista non solo come concreta copertura del volto, ma anche come metafora per la trasformazione, sarebbe strano non portarla quando si calca un palcoscenico: recitando, si esce da sé per diventare qualcun altro e la maschera è il simbolo di questo lecito e obbligato passaggio. A Carnevale è normale mascherarsi. L’aria di festa e la tradizione chiedono che per qualche ora o pochi giorni i corpi di intere comunità vestano panni fantastici, attraversando strade e piazze con occhi ed emozioni stravaganti. 

Nella vita di tutti i giorni, invece, indossare una maschera è una colpa. Nell’interazione con il mondo che avviene al di fuori di ogni finzione ciascuno di noi dovrebbe mostrare chiaramente la sua faccia, perché solo così può essere “se stesso”: indossare una maschera significherebbe camuffarsi, pretendere di essere diversi e, di conseguenza, ingannare.

Nessuno ha da ridire su questo modo di vedere le cose: la maschera nasconde la vera identità di chi la porta e se a volte ciò è legittimo, se non addirittura auspicato, nella maggior parte delle situazioni equivarrebbe a dire una terribile bugia. In passato, però, la maschera aveva un altro nome: un tempo si chiamava “persona”, perché il suo principale merito non era quello di celare il volto, bensì di amplificare la voce di chi, indossandola, parlava. E cosa c’è di più intimo, più personale, più autentico di una voce? Vista in questi termini, la maschera dice un’assoluta verità.

C’è davvero una così netta distinzione tra una maschera e una faccia? Forse non è vero che la prima cancella la seconda, forse l’una non esiste senza l’altra. Forse a essere una maschera è la nostra faccia: pur parlando con la stessa voce, siamo noi a cambiare repentinamente, a essere persone e sinceri personaggi.

Facce 3
facce 4